lunedì 20 ottobre 2008

Pasticcio d'ìcchec'è c'è.

Per questo racconto avrei sperato miglior sorte nel concorso Galeotta fu la Cena, ma forse il suo unico destino era quello di ricordarmi tramite esso che determinati momenti vanno cercati con la forza e la testa per superare gli assuefatti istinti.
La lezione più importante però è che, prima o poi, dovrò fare un bel corso serio di letteratura...
il vantaggio è che posso finalmente pubblicarlo, almeno credo.

Pasticcio d'ìcchec'è c'è.

Sempre organicamente in ritardo affaticandomi dietro treni troppo rapidi, cercando d'acciuffare l'immagine prefissata di me e quando arrivo a quella casa, mai mia se non per attimi, non solo scopro l'assenza del sinuoso profumo di fori freschi e, sparsi qua e là, i residui del tempo non dedicatole, ma peggio: tracollo di fronte allo sfrigolio nel vuoto del refrigeratore dove, eluso dall'irruenza dei giorni, ricordavo scrigno di prelibatezze. Ed ora?
Il sopraffino aglio, olio e peperoncino di due sere orsono oggi par banale rimedio in nome della divina sopravvivenza, sol l'idea secca l'avidità del palato, le latenti energie non mi concedono di affrontare l'assillante afa in Mini da qui al "negozzino" a valle. Come un palombaro scorgo conchiglione di grano duro tra le mensole, tre desuete croste di pecorini, parmigiano da mordere,un culaccino di salame e laggiù, sul fondo del frigo, groviglio di Bontanzòla profumato oramai alla stregua di un doppia muffa d'alpeggio.
Una strana acquolina mi pervade: è intuito, follia o l'inizio di una gastrite, ma già cippolina bianca è passata sotto i fendenti e due spicchi d'aglio mi hanno perennemente impregnato le dita, bastoncini d’erbetta cipollina con nuvoletta di salvia zampillano a fuoco lento assieme all'ancor piccante olio proprietario mentre, di proposito, lascio spenta la cappa per pervadermi delle esalazioni con un senso di rivincita dopo 10 ore di caduco, affannato ossigeno in un grigio ufficio.
M'illumino d'intenso scovando mezza lattina di olive nere da spizzicare ed intingere assieme ai cubetti di salame in squagliamento e con uno scroscio di sauvignon blanc australe acuisco le fumose proiezioni messe di repente a dimora dalla finale iniezione di Bontanzòla.
La padella serba ora i suoi aromi, l'acqua gorgoglia, le paste ivi dondolano e quasi mi son finito le unghie con le scorze di pecorino; smanioso, oso eludere il destino prendendo la cintura per dolci al posto dell'introvabile, maledetta pirofila in vetro - scolata la pasta prima del dente ed amalgamata al ludibrio sugoso con ricca spolverata di caci e sfoglia del pecorino più fresco - mi accingo ad inserire l'ectoplasma in camicia di forza nel forno a 220° quando una goccia fuoriesce facendo stridere quella malefica, invisibile pirofila vuota nascosta nei suoi abissi.
Come un palo pieno in finale mondiale, quel suono narra di fallimento;
ancor sbigottito, odo là fuori il sibilo diesel di una giapponese...
Quando entra esausta dalla vetrina sulla piazzetta, l'Angelo non ama il terrore indotto da odori intrisi d'adipe fuso, la sua coerenza stilistica in cucina(ed alla dieta) non ammette squinternata estemporaneità; è in linea con il mio essere posteriormente riflessivo nei casi in cui i sensi si fondono con l’estetica dell’esistenza, ma spesso una fine asimmetria di tempi tra ebbrezza di viver e stanchi difetti, lascia al caso sancir la predisposizione o meno ad un nostro complice sfizio.
Come un giaguaro aggrappo la fracassata pirofila rovente gettandola sul lavandino e sigillo nel forno il mio gioioso composto, mando la cappa a tripla forza mentre lancio con tre dita due calici di cristallo sul tavolo garantendomi l'effetto “buona volontà!”.
Lei, come un gattino selvatico, entra ed allunga il collo in cerca di relitti deturpando il mio feng shui, la comprendo, ma non condivido: il desiderio ardente del reciproco stupirsi di sguardi tra inusitati gusti, deve passar sopra a piccoli screzi di percorso.
Pur accusando il colpo non batto ciglio e la distraggo lasciando gorgogliare del carnoso sangiovese 2004: libranti molecole ammiccanti raccontano storie di terra, uomini, clima ed il loro interagire.
Il tempo di ammirarla salire e scender le scale come una trottola per non vedere ciò che aveva d'intuito percepito ed il gateau strappato all'improvvisazione si erge protagonista spandendosi sul piatto assieme alle sue essenze:
grassezza, succulenza ed untuosità celebrano l'immane persistenza ed i connubi tra tendenze dolci ed aromaticità amalgamate con la necessaria sregolatezza del cuore ed ora insinuatesi nelle sempre più bramose intercapedini dei nostri palati; nell'istante tutto il resto è oblio, il limbo dei sensi di compiacenti occhi eleva l'animo superando, con gaudente sapere, l'incoscienza del quotidiano. Le mani libere si sfiorano.
Per un attimo m’illudo di controllare il tempo e la mia esistenza amando quell’immagine.

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